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La crisi di governo avrà il vantaggio di ridisegnare il posizionamento e forse la conseguente immagine dei partiti italiani.

Sul piano pratico, permetterà all’Italia, grazie alla caratura mondiale della figura di Draghi, di divenire un forte interlocutore in Europa con l’ulteriore vantaggio di una decisa riscrittura del Next Generation Plan, per quanto riguarda i 209 miliardi che ci vengono attribuiti.

La somma, in sé e per sé enorme, può divenire il booster del rilancio del paese nell’ambito dell’innovazione, da quella digitale a quella green, alla messa in sicurezza delle infrastrutture ormai vecchie e obsolete, alla riorganizzazione decisiva- e sempre attesa- della pubblica amministrazione, al ridisegno della sanità pubblica e privata, a un progetto di istruzione più incisivo e moderno.

Il nuovo governo avrà anche il compito principale della lotta alla pandemia, alla organizzazione vaccinale e al rilancio delle attività economiche che il virus ha distrutto, ridotto o piegato.

Ma, come detto, avrà anche l’effetto -insperato -di ridisegnare il ruolo dei partiti.

Prima della crisi, la fotografia impietosa era quella di un sistema di partiti che non riusciva a uscire dal cliché di un mondo superato, su schemi novecenteschi e basati sulla propaganda becera e polarizzante che i social sostengono e aizzano.

 

I partiti erano già senza consistenza ideologica dalla crisi mondiale del 2008, indotta dalla avidità finanziaria e dagli effetti della globalizzazione che in Occidente e soprattutto in Italia soprattutto avevano messo a repentaglio la classe media, la spina dorsale del moderatismo italiano.

A questo si deve aggiungere anche il crollo delle contrapposizioni ideologiche del 900 che contrapponevano richieste di uguaglianza rivendicate da un mondo operaio compatto e in subbuglio alla difesa di libertà e mercato da parte della borghesia.

Due ideologie che erano riassunte in una contrapposizione rappresentata in Italia da DC e PCI, fino all’89.

Dopo la caduta del muro di Berlino, ed ovviamente gli scandali che hanno portato alla fine dei principali partiti, abbiamo avuto la fase della Seconda Repubblica, con la crescita di movimenti nuovi come la Lega Nord, movimento post ideologico che rappresentava una componente territoriale del paese, Forza Italia, nuova casa dei moderati italiani, ed il PD, che ha superato i riferimenti comunisti.  Nel ventennio che va dal 1992 al 2011, l’Europa non aveva ancora aperto un vero dibattito sui propri valori di riferimento. È su questo scenario che si impone la crisi economica. La classe media, abbattuta dalla crisi, si rivolge all’antipolitica, con la nascita ed il successo del Movimento Cinque Stelle; ma è tutta la politica “moderata” ad andare nel pallone.

Quello che abbiamo visto in politica nell’ultimo decennio testimonia perfettamente l’asfissia in cui vivono i partiti italiani.

Polarizzati nella retorica eppure pronti, lo abbiamo visto, a superare ogni divisione in fase di alleanze post-elettorali.

 

Alla ricerca costante di un uomo forte, un salvatore della patria o per lo meno del partito (Salvini, Grillo, lo stesso Renzi per il PD).

 

Una totale assenza di idee, programmi, visioni del mondo e del futuro. E quindi una rincorsa alla polemica quotidiana, all’argomento scottante discusso sui social per fomentare una contrapposizione feroce, ma più che altro dal punto di vista formale.

 

In questo scenario, dopo l’esperienza del governo Monti, abbiamo avuto due elezioni (2013-2018) senza vincitori, e che hanno permesso al PD di restare al governo per 9 degli ultimi dieci anni, senza aver mai davvero vinto un’elezione politica, ma con alleanze spesso contradditorie.

Insomma, uno stallo costante. Non sorprende che l’unica retorica che premia alle urne sia quella dell’ “asfaltatore”. Il successo di Renzi è più dovuto alla sua figura come “asfaltatore” che come capo del PD, quello dei 5S come coloro che avrebbero aperto il parlamento come una scatola di tonno, Salvini come l’uomo forte che combatte il nemico dell’Italietta: l’immigrato di turno.

 

 

L’asfissia politica di cui parlavo si è vista anche dopo le elezioni del 2018. Nessuna maggioranza uscita dalle urne, e quindi eccoci con un governo nato da due partiti che si sono scontrati in campagna elettorale. Senza dei veri valori né soprattutto una visione del futuro, se non quella di opporsi all’Europa, e con un carneade, all’epoca, a palazzo Chigi: Giuseppe Conte.

 

Politicamente l’Italia sembrava fuori dal flusso del tempo, ancorata a schemi ormai finiti, senza la spinta propulsiva adatta per restare al passo coi tempi e per dare all’Italia per lo meno un dibattito politico rivolto al futuro.

 

Poi è arrivata la pandemia, l’Europa ha risposto presente. I nodi sono venuti al pettine.

 

L’Europa ha smesso di essere il nemico, il capro espiatorio da usare in una campagna elettorale senza fine.

E con i prestiti a debito che ha concordato ha cancellato ogni opzione di uscita dall’Euro e dall’UE per i prossimi 40 anni.

È in questo scenario che Renzi fa un capolavoro politico, scompiglia le carte e permette la formazione di un nuovo governo.

L’arrivo di Draghi costituisce la chiusura di questa stagione di politica infantile. La campanella del presidente del consiglio sta per suonare, e chiarirà a tutti che la ricreazione è finita.

I partiti non sanno come posizionarsi davanti a questa novità, hanno l’obbligo di ripensarsi, come struttura e come programma. Siamo davanti ad un Reset dei partiti italiani.  

I problemi che la politica deve affrontare li sappiamo:

In primis la disuguaglianza: economica, sociale, generazionale.

La classe media si è impoverita, i figli non guadagneranno più dei padri, ma meno. Il lavoro è scarso, la scuola in declino, le tendenze demografiche impietose.

Questo è un tema centrale non affrontato dai partiti, che non hanno una risposta pronta. Ora hanno un anno per trovarla.

Quale sarà lo scenario politico nel 2022? Possiamo fare delle previsioni.

I Cinque Stelle sono i più frastornati.

Sono andati al potere con l’antipolitica e con alcune buone idee, dimenticate e subito sacrificate all’altare della propaganda.

Alla fine, di tutte le cose urlate, dopo due anni rimangono la riduzione dei vitalizi, la riduzione del numero dei parlamentari e il reddito di cittadinanza, un’ottima idea rovinata dai navigator.

Per il resto sono obnubilati dalla lotta per il potere, dal grande gioco della politica che dicevano di voler rompere, prima di restarne ammaliati.

Nel loro DNA c’è però un’attenzione alla sostenibilità, all’ecologia, dello sviluppo non mercatistico, ad uno stato sociale forte. Non così distanti dalle esperienze dei Verdi in Germania, o della sinistra di Mélenchon in Francia.

Un’area politicamente libera in Italia, dove potrebbero riposizionarsi. Devono solo capire che esiste uno spazio, ed avere la qualità e la visione di occuparlo.

Il Pd è un partito strutturalmente solido. Ormai rappresenta ed interloquisce con il ceto colto, universitario, borghese, che pensa al mercato e ai diritti civili. Ma lo fa con la foto di Berlinguer sotto il cuscino, ammantandosi di un passato operaio che non ha echi sul presente. Ma ha ancora spazio con tutto l’elettorato che lavora nel pubblico, dagli insegnanti ai ministeriali.

Il mondo dei moderati, borghesi, industriali, liberi professionisti è in cerca di autore.

Aveva Berlusconi, ora guarda a Salvini e Meloni, ma con scetticismo. È il mondo della classe media, arrabbiata, come ben sappiamo. Un popolo di moderati non entusiasta delle risposte nazionaliste e “passatiste” dei sovranisti italiani. Un popolo che vuole impresa, innovazione, digitalizzazione. Che vuole un governo europeo ed europeista.

Chi può intercettare questi voti?

Per il momento lo scenario di questo ipotetico Centro Destra vede i resti di Forza Italia, la spregiudicatezza politica, unita all’acume, di Renzi e le ambizioni di Calenda… ma soprattutto la Lega e Fratelli d’Italia.

Negli ultimi anni Salvini ha intercettato la rabbia del mondo operaio, orfano di un partito di riferimento com’era il PCI. Ma ha anche con sé il voto della provincia, soprattutto al Nord, le PMI, il popolo delle partite IVA.

Ed oggi, dopo aver flirtato con tutta la galassia sovranista mondiale, dall’Alt Right americana a Putin, dalla Le Pen a Vox in Spagna, si riscopre europeista. Fulminato sulla via di Mario Draghi.

Quando non si hanno argomenti è difficile mantenere un minimo di coerenza. La Lega, ma soprattutto Salvini, rischia di restare vittima del suo personaggio, della sua retorica, della sua avversione ai contenuti.

Oggi sembra smussare le sue opinioni sull’immigrazione, ovvero la battaglia che ha scelto per imporsi nel dibattito politico.

Se la Lega non trova, o ritrova, la sua identità, rischia di essere terreno di conquista.

Di Fratelli d’Italia rimane solo la bandiera nazionalistica, basata su un passato nostalgico in uno scenario futuro dove però le nazioni si scioglieranno sempre di più in un’Europa unita. La Meloni ha carisma, se la cava come leader donna e come novità nello scenario. Ma, come detto non sembra in grado di capire il popolo dei moderati che è alla ricerca di una voce.

Come detto, i nodi stanno venendo al pettine. È probabile che nei prossimi mesi di decida il futuro dell’Italia. Sicuramente però, si deciderà il futuro della politica italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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