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A poche centinaia di chilometri dell’Italia c’è un conflitto che dura da decenni e che è tornato d’improvviso d’attualità.

Stiamo parlando dei Sahara Occidentale, e del conflitto tra il Fronte Polisario, che si batte per un referendum per l’indipendenza, ed il governo del Marocco, che reclama invece la sovranità sull’area.

Un po’ di contesto storico…

Il Sahara Occidentale è un territorio africano situato all’estremità occidentale del deserto del Sahara, con 1100 chilometri di coste bagnate dall’Oceano Atlantico. Confina a nord con il Marocco, a sud e a est con la Mauritania e a nord-est con l’Algeria. Gli abitanti autoctoni del Sahara Occidentale sono i saharawi, un popolo nato dalla fusione fra tribù berbere e arabe, che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, ma il territorio è attualmente occupato per circa l’80 per cento dal Marocco.

Questo territorio è stato una colonia spagnola a partire dal 1883 e per rivendicare l’indipendenza dalla potenza occupante, nel 1973 i Saharawi creano il gruppo armato Fronte Polisario (Frente popular para la liberación de saguía el-hamra y río de oro). Tuttavia, durante la prima fase della trasnizione spagnola verso la monarchia e la democrazia, Il marocco operò una forma di occupazione: il 6 novembre 1975 promosse la “marcia verde”: 350mila civili marocchini superarono il confine ed entrarono nel territorio del Sahara.

 

Il 14 novembre dello stesso anno i rappresentanti di Spagna, Marocco e Mauritania firmarono il cosiddetto “accordo di Madrid”, in base al quale la Spagna cedette la sovranità del Sahara Occidentale, la parte settentrionale e centrale a Rabat e quella meridionale alla Mauritania. Accordo che le Nazioni Unite non hanno mai riconosciuto, riconoscendo il Sahara Occidentale tra i territori la cui decolonizzazione non è ancora completata. .

A seguito dell’accordo il Fronte Polisario proclamò la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), attualmente riconosciuta da 87 paesi.

Nessun paese riconosce invece la sovranità del Marocco sul sahara occidentale. Cominciò una lunga guerra tra i due contendenti, con l’aggiunta anche della Mauritania, per la sovranità politica su questo territorio. Guerra che si conclude con un cessate il fuoco nel 1991, e con la missione ONU MINURSO. Da allora circa l’80 per cento del territorio è occupato dal Marocco ed il restante 20 per cento dalla RASD, a est del muro di 2700 chilometri fatto costruire dalle autorità marocchine. La maggior parte dei Saharawi (circa 150mila), espulsi dalle loro terre, vivono attualmente nei campi profughi della zona di Tindouf, all’interno del territorio algerino, mentre altri 35mila circa sono installati nella “zona libera” del Sahara Occidentale, a est del muro marocchino. L’algeria rappresenta da allora il principale sostegno per le rivendicazioni dei Saharawi: non solo ospita sul proprio territorio i profughi, tra i quali – si calcola – ci sono circa 10mila militanti del Fronte Polisario, ma fornisce anche appoggio militare.

Questo ha ulteriormente peggiorato i rapporti tra Algeria e Marocco, storicamente tesi.

Ma quindi, se anche l’ONU è coinvolta da 30 anni, perché non si è ancora tenuto un referendum per dirimere la questione?

La missione MINURSO aveva come obiettivo principale quello di organizzare un referendum attraverso il quale il popolo Saharawi potesse decidere tra l’indipendenza o l’integrazione nello stato marocchino. Da allora, per le differenze tra le parti in conflitto, non si sono mai create le condizioni per poter tenere la votazione. Rna risoluzione approvata dal consiglio di sicurezza nel 2001 ribadì il pieno appoggio dell’ONU alla celebrazione di un referendum “libero, giusto e imparziale sulla libera determinazione del popolo del Sahara Occidentale”. Ma, in seguito, il processo di pace entrò progressivamente in una lunga fase di stallo. Nel marzo del 2006, in una visita al Sahara Occidentale (denunciata dal Fronte Polisario come una violazione degli accordi di tregua) il re Mohammed VI dichiarò che il Marocco non avrebbe mai rinunciato alla sovranità su quelle che definisce come sue “province del sud”.

Negli anni successivi anche le risoluzioni ONU smettono di parlare di referendum, appellandosi ad un più vago compromesso tra le parti.

A 29 anni dal cessate il fuoco del 1991, gli scontri armati sono ripresi.

il 13 novembre scorso le forze armate marocchine sono penetrate nella zona demilitarizzata di Guerguerat, all’estremità meridionale del Sahara Occidentale al confine con la mauritania, con l’obiettivo di espellere le decine di attivisti Saharawi che dal 21 ottobre bloccavano la strada impedendo il flusso di merci lungo il deserto tra la Mauritania e il Marocco. Lo sgombero dei manifestanti è avvenuto al termine di uno scambio di colpi di arma da fuoco fra le truppe di Rabat e il Fronte Polisario, questo ha segnato la rottura della tregua, denunciata immediatamente da Brahim Ghali, presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica, denunciando la violazione degli accordi sul cessate il fuoco da parte del regno marocchino. L’Algeria ha subito definito come “una provocazione” l’intervento di Rabat nella zona di Guerguerat.

Come spesso accade, una questione nazionale e di sovranità nasconde anche una grande componente economica.

Nel Sahara Occidentale c’è il maggiore giacimento di fosfati al mondo. Inoltre, il tratto di mare sul quale si affaccia è tra i più pescosi del pianeta.

Il Marocco considera imprescindibile imporre la propria sovranità su quel territorio: avere il controllo della sterminata zona desertica che separa il confine sud del paese dalla frontiera della Mauritania a Guerguerat significa poter gestire i traffici commerciali con il resto dell’Africa. Per avere il pieno controllo della frontiera, il Marocco ha perciò deciso di mettere fine all’occupazione della strada nella zona cuscinetto e ora si prepara a estendere fino a Guerguerat il muro di 2700 chilometri, in modo da impedire l’accesso agli attivisti Saharawi. Rabat continua poi a moltiplicare con successo i propri sforzi diplomatici per impedire che si arrivi alla celebrazione di un referendum. Ha il sostegno della Francia e della Spagna, mentre il Fronte Polisario può contare sull’appoggio dell’Algeria e della Russia.

 

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