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Mai come negli ultimi decenni – o per meglio dire, mai come nei decenni che ci apprestiamo a vivere- l’accesso all’acqua rappresenta e rappresenterà una questione politica di vitale importanza.

I cambiamenti climatici, la sovrappopolazione, la necessità di sempre maggiori quantità d’acqua per finalità agricole ed industriali ha reso sempre più scarso quello che forse è il bene più prezioso, in quanto più basilare.
Se è vero che le guerre, anche solo diplomatiche, si combattono per le risorse più preziose, non è difficile immaginare dispute internazionali per dei grandi corsi d’acqua, per delle falde acquifere, per dei bacini da sfruttare.

E non è difficile immaginare che queste dispute accadano in Africa, dove all’endemica povertà strutturale degli stati e delle economie africane fa da contraltare una ricchezza abbacinante di risorse naturali.

Ed è proprio quello che sta accadendo tra Etiopia, Egitto e Sudan, per lo sfruttamento del Nilo Azzurro. L’Etiopia è da anni impegnata nella costruzione della GERD, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga per la produzione di energia idroelettrica talmente importante per il governo etiope da ricevere quest’appellativo così ispirato: Diga della Rinascita.

Qualche dato: Il progetto GERD darà vita alla diga più grande dell’Africa – e settima su scala mondiale – 1800 metri di lunghezza e 170 di altezza, con un bacino che può contenere 74 miliardi di metri cubi d’acqua e due centrali elettriche capaci di generare circa 6000 megawatt di elettricità.

Omettendo ulteriori tecnicismi, basti dire che a pieno regime la GERD raddoppierebbe la capacità di produzione energetica dell’Etiopia. Un’opera fondamentale per il governo di Addis Abeba, che riuscirebbe in questo modo ad alleviare la carenza di elettricità nel paese che ancora nega la corrente alla metà della popolazione. Sarebbe anche una vittoria politica fondamentale per il presidente Abiy Ahmed Ali, alle prese con proteste politiche che scuotono il paese e con i movimenti separatisti nel nord del territorio.

D’altro canto, la GERD rischia di modificare notevolmente la portata d’acqua del Nilo, andando ad impattare su altri due stati: l’Egitto ed il Sudan.

Le risorse idriche di entrambi i paesi dipendono molto dal bacino del Nilo- l’Egitto attinge dal fiume il 90% delle sue risorse – e non sorprende che i governi lamentino una violazione dei propri diritti.

A questo di può aggiungere, come spiega bene Alberto Magnani sulle pagine del Sole 24 Ore, la decennale politica egiziana di considerare il Nilo come propria prerogativa, nonostante gli 11 paesi diversi che vengono bagnati dalle sue acque.

Insomma, una disputa simile necessita di un negoziato internazionale che al momento sembra essersi arenato. Tra gennaio e febbraio 2020 gli USA hanno ospitato nuovi round di negoziati, con un nulla di fatto. Ora la palla è passata all’Unione Africana, l’istituzione che raccoglie i 54 paesi del continente, ma per il momento non ci sono stati cambi di rotta.
La sensazione è che nessuno stato coinvolto possa fare molte concessioni, dipendendo troppo dallo sfruttamento di una risorsa così fondamentale come il grande fiume.

 

In ultimo, questa disputa pone degli interrogativi su quanto le sovranità nazionali attuali possano dirimere questioni internazionali come l’uso delle risorse naturali.

Soprattutto in Africa, dove i dibattiti politici interni ai vari paesi sono ulteriore fonte di instabilità.

Viene da chiedersi se per sviare il problema Libia, l’Egitto non pensi a una guerricciola con l’Etiopia. Spesso ci si si difende (dagli attacchi internazionali in particolare) attaccando, e questa guerra dell’acqua cade a pennello. Due guerre confondono le acque…

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