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Il problema del caporalato e dello sfruttamento dei braccianti agricoli torna endemicamente ad occupare spazio nel nostro dibattito politico, e da diversi anni viene denunciata la mancanza di diritti a cui sono sottoposte le migliaia di persone, straniere e non, irregolari e non, che lavorano nei campi in Italia. E che, soprattutto, permettono alla filiera produttiva italiana di sostenersi e di portare sulle nostre tavole milioni di tonnellate di prodotti agricoli.

Con cadenza pressappoco regolare viene denunciata la mancanza di posti di lavoro in regola, di un contratto e di un salario dignitoso. Così come si denuncia la pratica consolidata del lavoro a cottimo, dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina e la presenza di un vero e proprio esercito di invisibili, stranieri senza documenti e possibilità di rivolgersi alle autorità, che vivono in baraccopoli nascoste all’opinione pubblica e costretti a lavorare in uno stato di schiavitù forse non formale, ma certamente concreta.

Stando al ministero del lavoro l’82% dei braccianti sono italiani, uomini e donne costretti dall’indigenza ad accettare condizioni di lavoro indegne dell’Europa del 2020. A questi si aggiungono migliaia di persone fuggite soprattutto dall’Africa, in qualità di richiedenti asilo o di migranti economici; e che, non avendo un permesso di soggiorno o una qualche forma di protezione umanitaria riconosciuta dallo stato, finiscono ai margini della società.

Il Decreto Rilancio ha finalmente affrontato la questione, inserendola in una più ampia politica di regolarizzazione per lavoratori stranieri in vari settori dell’economia, dall’agricoltura fino all’assistenza domestica. Una scelta obbligata per far ripartire l’economia del paese messa a dura prova dal virus, e soprattutto per salvare la filiera produttiva agro-alimentare, impegnata in una corsa contro il tempo per salvare i raccolti del 2020. Una decisione storica impreziosita dalle lacrime del ministro Bellanova, che da bracciante sfruttata delle campagne pugliesi è arrivata al ministero dell’agricoltura. Tale disposizione dovrebbe riguardare circa 200 mila lavoratori.
Andando più nel dettaglio, la regolarizzazione potrà avvenire in due modi:

  1. Su richiesta del datore di lavoro: Il datore di lavoro (anche qualora dovesse autodenunciare l’esistenza di un rapporto di lavoro irregolare in corso) può avanzare domanda per il lavoratore irregolare italiano o straniero indicando la durata del contratto di lavoro e la retribuzione “non inferiore a quella prevista dal contratto collettivo di riferimento”. Dovrà versare 400 euro più una somma forfettaria a titolo retributivo, contributivo e fiscale. Le istanze saranno tuttavia ritenute inammissibili in presenza di condanna del datore di lavoro negli ultimi cinque anni e non sono in ogni caso sospesi i procedimenti penali per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento del lavoro, di minori o della prostituzione, caporalato.
  2. Su richiesta del lavoratore: tale pratica riguarda i cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, che possono richiedere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di 6 mesi e solo se dimostrano di aver lavorato in precedenza, anche solo per un giorno, nei settori interessati dal provvedimento. La presentazione della domanda costerà al lavoratore 160 euro, e su di lui non devono pesare condanne o pregresse procedure di espulsione.

Proprio queste disposizioni incontrano il disappunto e la protesta dei sindacati dei braccianti. Perché se è pur vero che i passi in avanti ci sono stati, e che questi non erano scontati vista la situazione d’emergenza, allo stesso tempo le modalità per accedere alla regolamentazione puniscono proprio i lavoratori più emarginati.

Contestano in particolar modo la limitazione per le richieste dei lavoratori a chi ha un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019; una regola di questo tipo in un contesto notevolmente influenzato dal Decreto Sicurezza dell’ex ministro Salvini escluderà a priori migliaia di persone sprovviste (o private) della protezione umanitaria.

Contestano altresì il fatto che la richiesta sia subordinata all’esistenza di un contratto di lavoro; questo potrebbe dar vita a dei ricatti dei datori di lavoro, con paghe, turni e condizioni ancor peggiori ma con la promessa di un contratto che li regolarizzi.

E, più in generale, il decreto non sembra interessarsi della zona grigia, dove condizioni di lavoro inaccettabili vengono nascoste da una parvenza di legalità, che protegge da eventuali controlli.

Molti, soppesando aspetti positivi e negativi di tali decisioni, hanno pensato al Portogallo.

Ad inizio pandemia il governo portoghese si è distinto per una manovra estremamente pragmatica: ha equiparato i diritti di richiedenti asilo e dei rifugiati a quelli dei cittadini. Diritti che hanno garantito l’accesso alla sanità, al lavoro regolamentato, all’apertura di un conto corrente. Disposizione recentemente rinnovata fino ad ottobre. Con essa è arrivata anche la garanzia dell’accesso alla sanità per tutti gli stranieri irregolari e senza nessuna protezione riconosciuta.

La motivazione di tale politica è evidente: in un contesto di pandemia e con la necessità di limitare il contagio, l’accesso al trattamento sanitario per tutta la popolazione residente è nell’interesse di tutta la comunità.
In ogni caso, lo stesso governo portoghese ha posto più attenzione al rispetto dei diritti dei migranti, ribadendo come la salute sia un diritto umano non negoziabile soprattutto durante una crisi sanitaria senza precedenti.

Il governo portoghese sembra aver preso queste decisioni puntando l’attenzione sulla salute dei migranti; mentre il Decreto Rilancio, nonostante gli evidenti passi in avanti sul tema, sembra aver posto l’attenzione sulla necessità di far ripartire la filiera produttiva e di non far marcire i raccolti nei campi.

Per usare le parole di Aboubakar Soumahoro, leader della protesta dei braccianti agricoli:“Il decreto Rilancio contiene un provvedimento di regolarizzazione delle braccia e non della salute delle persone”.

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